Luigui Bleand: quando il cibo finisce, fin dove arriva l’essere umano?
La scienza dell’inedia, la psicologia della paura e dell’invidia, e le decisioni estreme che sfidano la nostra idea di civiltà.
Immagina un mondo in cui il cibo non arriva più
ROMA, ITALIA — I supermercati sono vuoti. Non arrivano camion di rifornimento. Salta la corrente, le comunicazioni si interrompono e nessuno sa dire quando tornerà la normalità. All’inizio, la gente cerca di comprare, condividere o mettere da parte quel poco che resta. Poi cominciano le domande scomode: chi riceve l’ultima razione? Per quanto tempo possiamo resistere? Che cosa succede quando la paura è più forte delle regole?
La scena sembra uscita da un film apocalittico, ma le carestie, i naufragi, gli incidenti e le catastrofi hanno dimostrato che la privazione estrema può porre dilemmi reali.
Una domanda è particolarmente inquietante: quali cambiamenti attraversa una persona prima di arrivare a una decisione che, in condizioni normali, considererebbe impensabile?
La risposta non è così semplice come «la fame risveglia una bestia». La biologia spiega come il corpo ricava energia senza cibo; la psicologia mostra come cambiano le emozioni e l’attenzione; la storia rivela che, anche sotto una pressione estrema, ci sono persone che cooperano, proteggono gli altri e restano fedeli ai propri principi morali.
Prima di tutto, un chiarimento: non esiste una strada inevitabile verso la violenza
Si è tentati di immaginare sei fasi fisse che cominciano con la fame e finiscono con il cannibalismo. La scienza non riconosce questa sequenza come una legge universale. Le tappe che presentiamo qui di seguito sono uno strumento narrativo, non una scala clinica, per mettere in ordine risposte fisiche, psicologiche e sociali che possono comparire, sovrapporsi o non verificarsi mai.
Bisogna anche tenere distinte tre situazioni diverse: sentire fame, vivere una denutrizione prolungata ed entrare in un collasso sociale in cui ci si contende le risorse. Non sono equivalenti. Una comunità può provare paura e vivere conflitti prima che i suoi membri siano clinicamente denutriti. E una persona gravemente indebolita può perdere la capacità fisica di agire in modo aggressivo.
Le sei possibili tappe di una crisi alimentare estrema
1. L’allarme: quando la paura arriva prima della fame
La prima minaccia può essere psicologica. Una notizia sull’esaurimento delle scorte scatena acquisti d’emergenza, incertezza e il bisogno di proteggere i propri familiari. Alcuni cercano di controllare le provviste; altri si rivolgono ai vicini, alle autorità o alle reti di aiuto.
A questo punto l’organismo può avere ancora energia sufficiente. Ciò che è cambiato è la percezione del futuro: la persona non sa più se domani mangerà.
Punto chiave: la paura della scarsità può scatenare tensioni prima che ci sia inedia.
2. Che cosa succede al corpo quando non mangi? L’organismo usa le sue riserve
Quando smettiamo di ricevere cibo, il corpo non si spegne subito. Prima usa l’energia immagazzinata, compreso il glicogeno del fegato. Con il passare delle ore aumentano l’uso dei grassi e la produzione di corpi chetonici, che possono servire come combustibile alternativo.
Una rassegna pubblicata su Obesity colloca il cosiddetto «interruttore metabolico» in genere tra le 12 e le 36 ore dopo che si smette di mangiare, anche se dipende dalle riserve iniziali e dall’attività fisica. Quel passaggio non significa che dopo 36 ore qualcuno stia morendo di fame, né che stia perdendo la testa.
Col passare del tempo il corpo usa anche le proprie proteine, e mantenere le funzioni vitali diventa sempre più difficile se non arriva cibo a sufficienza.
3. La fissazione: quando il cibo occupa la mente
La privazione prolungata non colpisce solo lo stomaco. Il pensiero può concentrarsi sul cibo: come procurarselo e quando sarà il prossimo pasto. E può nascere il sospetto che altri nascondano del cibo.
Può aumentare l’irritabilità e possono comparire apatia (mancanza di interesse e di motivazione) e ritiro sociale. Sono cambiamenti documentati nell’esperimento del Minnesota, di cui parleremo più avanti: i suoi volontari, sottoposti a semi-inedia, mostrarono anche preoccupazione per il cibo e arrivarono a collezionare ricette e libri di cucina. Tuttavia, queste reazioni non sono uguali in tutti: l’età, lo stato di salute precedente e le circostanze di ciascun caso possono influire.
La perdita del cibo può diventare anche una perdita di tranquillità, di routine e di fiducia.
L’invidia: quando il problema non è più quanto ho io, ma quanto ha l’altro
Quando il cibo comincia a mancare, può affiorare una domanda silenziosa: perché lui ha più di me? Non si tratta più dell’invidia che compare quando qualcuno sale più in alto nella vita o nel lavoro, ma di quella che nasce davanti a una razione. La fame non svuota solo lo stomaco; può anche cambiare l’umore. Uno studio del 2022 ha chiesto a 64 adulti dell’Europa centrale, per lo più donne in Austria, di annotare cinque volte al giorno, per 21 giorni, quanta fame avevano e come si sentivano. Più fame dicevano di avere, più rabbia e irritabilità riferivano, e meno piacevole era il loro stato d’animo. È un’associazione, non la prova che una cosa produca l’altra, e riguarda la fame di tutti i giorni, non una carestia.
L’invidia nasce dal confronto, lo stesso che ci porta a guardare sempre l’erba del vicino. La psicologia la descrive come il disagio di vedere in un altro ciò che si desidera per sé, e alcuni esperimenti suggeriscono che quell’impulso di «volere quello che ha l’altro» si fa più forte quando la nostra capacità di autocontrollo è occupata o indebolita. In laboratorio, per esempio, si teneva la persona impegnata in un altro compito mentale mentre guardava qualcuno assaggiare un cibo migliore del suo. Quella linea di ricerca, comunque, è ancora oggetto di dibattito.
L’invidia, poi, ha due facce: una «benigna», che spinge a impegnarsi per raggiungere l’altro, e una «maligna», che desidera che all’altro vada male. In uno studio su 370 corridori della maratona di Colonia, chi tendeva verso la prima si fissava obiettivi più alti e correva un po’ più veloce, mentre chi tendeva verso la seconda rinunciava più spesso a fissarsi un obiettivo concreto. È uno studio correlazionale, e la distinzione è ancora discussa.
In una dispensa vuota, la seconda faccia può essere la più pericolosa. Ciò che può alimentarla non è solo la mancanza di cibo, ma anche il sospetto: credere che qualcuno nasconda qualcosa, che la spartizione sia ingiusta, che le regole non siano uguali per tutti.
Non conosciamo nessuno studio che abbia confrontato direttamente una distribuzione del cibo sotto gli occhi di tutti con una fatta in segreto. Ma una rassegna di 91 studi su comunità che condividono boschi, zone di pesca, pascoli o acqua per l’irrigazione, sulla scia delle ricerche di Elinor Ostrom, ha rilevato che i sistemi che durano tendono ad avere confini chiari su chi può usare la risorsa, un controllo affidato agli stessi utenti e modi poco costosi per appianare i contrasti. Per questo sembra ragionevole pensare che un gruppo che distribuisce il cibo sotto gli occhi di tutti e con criteri chiari dia meno motivi di sospetto rispetto a uno che lo fa in segreto. Ciò che sembra proteggere la fiducia è la trasparenza delle regole, non soltanto mettere in mostra chi riceve di più.
L’invidia non è una fase obbligata della fame. È un allarme: avverte che la fiducia si sta rompendo. E la fiducia, come il cibo, si può anche condividere.
4. La tensione sociale: competere, negoziare o cooperare
In un gruppo isolato, la distribuzione delle razioni può diventare il problema centrale. Devono ricevere tutti la stessa quantità? Bisogna dare la precedenza ai bambini, ai malati o a chi cerca aiuto? Chi decide?
La scarsità può favorire sospetti, accaparramento o scontri, ma può anche rafforzare la cooperazione. Le ricerche sul comportamento collettivo nei disastri mostrano che l’aiuto reciproco è frequente e che l’immagine di folle inevitabilmente violente è esagerata.
C’è un limite importante: buona parte di quelle ricerche esamina evacuazioni ed emergenze, non mesi di carestia assoluta. I loro risultati mettono in discussione il mito del caos automatico, ma non permettono di prevedere qualsiasi crisi immaginabile.
5. Il deterioramento: quando il corpo perde la forza per sopravvivere
Se la carenza di nutrienti persiste, possono comparire perdita di massa muscolare, debolezza intensa, apatia, sensazione di freddo, alterazioni delle funzioni mentali e una maggiore vulnerabilità alle infezioni. Nei casi gravi possono essere colpiti il cuore, le difese dell’organismo e altri organi.
Qui emerge un paradosso che il cinema tende a trascurare: una persona gravemente denutrita perde massa e forza muscolare, e può essere troppo debole per lottare. Non diventa necessariamente più forte, più feroce o più pericolosa. In molte situazioni, a prevalere possono essere lo sfinimento e l’apatia.
Non c’è un numero di giorni che porti tutti, con certezza, a questa tappa. Una malattia, la temperatura, l’età, la quantità d’acqua e il grado di privazione cambiano radicalmente le prospettive.
6. Le decisioni al limite: sopravvivenza, etica e atti eccezionali
La storia registra situazioni in cui alcune persone, dopo essere rimaste completamente isolate e senza cibo, sono ricorse al consumo di resti umani. È ciò che la letteratura forense chiama cannibalismo nutrizionale, noto comunemente come cannibalismo di sopravvivenza.
Ma c’è una distinzione essenziale: mangiare il corpo di qualcuno che è già morto non è la stessa cosa che uccidere un’altra persona per nutrirsi. I due scenari pongono problemi umani e morali profondamente diversi.
Non esiste nemmeno una «sesta fase» medica che trasformi automaticamente la fame in cannibalismo. Quel comportamento è eccezionale e dipende da circostanze estreme, relazioni sociali, credenze e decisioni individuali.
Quanto tempo si può vivere senza mangiare… e senza acqua?
Quando immaginiamo una catastrofe, tendiamo a chiederci quanto possa sopravvivere qualcuno senza cibo. Ma se viene a mancare anche l’acqua potabile, la minaccia può aggravarsi molto più in fretta. Per dare un’idea, senza cibo ma con acqua, l’inedia totale è di solito mortale nel giro di circa 8-12 settimane; senza acqua, invece, la sopravvivenza si misura in giorni.
La disidratazione grave può provocare capogiri, confusione, un calo della pressione arteriosa e danni agli organi vitali. Per questo è fuorviante proporre un’unica cronologia dell’«apocalisse»: una comunità senza cibo ma con acqua non è la stessa cosa di persone esposte al caldo senza possibilità di idratarsi.
E non c’è nemmeno un tempo di sopravvivenza esatto valido per tutti: la cifra di 8-12 settimane senza cibo è solo indicativa, perché la durata varia molto da una persona all’altra. Oltre alle riserve di energia, contano le condizioni dell’ambiente, come il caldo, e la salute e l’età di ciascuno.
Chi resisterebbe di più: qualcuno che mangia molto o qualcuno abituato a mangiare poco?
Mangiare grandi quantità ogni giorno non significa che una persona sarà la prima a perdere il controllo. Allo stesso modo, mangiare poco non garantisce un adattamento migliore.
La resistenza fisica dipende, tra gli altri fattori, dalla composizione corporea, dalle riserve di energia, dalla massa muscolare, dallo stato nutrizionale, dall’idratazione, dalle eventuali malattie e dall’attività che l’ambiente richiede. La tolleranza emotiva dipende da altre variabili: esperienze precedenti, sostegno sociale, incertezza e strategie per affrontare lo stress.
Conviene evitare una conclusione semplicistica: l’appetito abituale di una persona non permette di prevedere chi diventerà violento né quanto resisterà senza cibo.
L’esperimento del Minnesota: quando la scienza studiò la fame
Durante la Seconda guerra mondiale, il ricercatore Ancel Keys e la sua équipe studiarono gli effetti di una restrizione alimentare prolungata all’Università del Minnesota. Trentasei uomini si offrirono volontari per contribuire alla conoscenza della denutrizione e del recupero delle persone colpite dalla guerra.
Il protocollo prevedeva 24 settimane di semi-inedia, cioè un’alimentazione molto ridotta (circa 1.600-1.800 chilocalorie al giorno), ma non un’assenza totale di cibo. Molti partecipanti persero circa un quarto del loro peso corporeo. Furono documentati stanchezza, irritabilità, apatia, debolezza e altri cambiamenti fisici e psicologici.
Lo studio insegnò qualcosa di fondamentale: una mancanza prolungata di energia può trasformare lo stato emotivo e il comportamento, anche in persone che all’inizio erano sane.
Ciò che l’esperimento non dimostrò è che l’inedia porti inevitabilmente all’omicidio o al cannibalismo. E non riproduce nemmeno tutte le condizioni di una catastrofe: i volontari erano sotto supervisione e sapevano di partecipare a una ricerca.
La tragedia delle Ande: un caso reale che costringe a pensare
Il 13 ottobre 1972 un aereo uruguaiano precipitò sulla cordigliera delle Ande. Isolati sulla montagna, con temperature estreme e pochissimo cibo, i sopravvissuti dovettero prendere decisioni che non avevano mai immaginato.
Dopo 72 giorni, 16 persone erano sopravvissute alla tragedia. Parte della loro sopravvivenza fu legata al consumo dei corpi di compagni che erano già morti.
Questo dettaglio è indispensabile per raccontare correttamente la storia: il caso non va presentato come quello di un gruppo che cominciò a uccidersi a vicenda per mangiare. La storia comprende anche organizzazione, cure ai feriti, la costruzione di ripari, decisioni condivise e lo sforzo straordinario di chi partì in cerca di aiuto.
L’episodio mostra che la sopravvivenza estrema può costringere a ripensare i limiti morali, ma non prova che l’essere umano sia destinato a diventare un predatore quando il cibo finisce.
La civiltà scompare quando scompare il cibo?
Una visione apocalittica suggerisce che le leggi, l’educazione e l’empatia siano uno strato sottile che si rompe non appena vengono meno i rifornimenti. La realtà è più complessa.
Gli studi sulle emergenze descrivono spesso un aiuto spontaneo tra sconosciuti. Lo psicologo Jamil Zaki, dell’Università di Stanford, chiama questo fenomeno catastrophe compassion («compassione nella catastrofe»): i gesti di solidarietà che nascono nel pieno di una crisi.
Questo non esclude la possibilità di conflitti. La paura e la disuguaglianza possono aggravare le tensioni, e lo stesso vale per le voci che circolano: dopo l’uragano Katrina, i racconti esagerati di saccheggi portarono le autorità ad anteporre il controllo agli aiuti umanitari, anche se la maggior parte delle persone colpite rimase pacifica e molte si aiutarono a vicenda. Ma è importante distinguere una possibilità di violenza da un bisogno biologico di essere violenti.
Forse la domanda più rivelatrice non è «in quale momento diventiamo animali?», ma «quali condizioni ci portano a prenderci cura degli altri e quali logorano la nostra capacità di farlo?». Inoltre, l’espressione «violenza animale» è una metafora, non una categoria scientifica: in molte specie la mancanza di cibo aumenta l’aggressività per contenderselo, ma molti animali, al tempo stesso, cooperano e si prendono cura degli altri.
Una scena immaginaria: dodici persone e una dispensa vuota
Immaginiamo dodici persone che si sono rifugiate in un edificio dopo una catastrofe. Hanno acqua potabile, ma le scorte di cibo stanno per finire.
Un gruppo propone di dividere tutto in parti uguali. Un altro ritiene che chi è malato dovrebbe ricevere di più. Qualcuno teme che una persona stia nascondendo del cibo. Qualcun altro decide di condividere una razione con uno sconosciuto.
Tutti sentono la stessa minaccia generale, ma non reagiscono allo stesso modo. L’incertezza genera decisioni economiche, sociali e morali diverse. Può comparire il conflitto, ma anche una migliore organizzazione delle risorse.
Questa scena è ipotetica, non la descrizione di un esperimento. Serve a ricordare che la risposta umana non la scrive lo stomaco: dipende anche dalle relazioni e dalle regole che un gruppo riesce a costruire.
La domanda definitiva: fin dove arriveremmo per restare vivi?
La fame altera il metabolismo, l’attenzione, la forza fisica e lo stato emotivo. In circostanze estreme può creare conflitti difficili da immaginare dalla comodità di una vita normale. Ma non esiste un conto alla rovescia universale che sfoci nella violenza, né una soglia scientifica oltre la quale le persone perdano automaticamente i propri principi.
La storia insegna due verità allo stesso tempo: gli esseri umani possono compiere atti straordinariamente inquietanti per sopravvivere, e sono anche capaci di condividere l’ultima cosa che hanno.
Forse il confine tra civiltà e barbarie non sta nella quantità di cibo che ci resta, ma nelle decisioni che prendiamo quando comincia a mancare.
Credi che una persona conservi i propri principi quando la sua vita dipende da un’ultima razione? O pensi che la sopravvivenza finisca per imporsi su tutto il resto?