Luigui Bleand: la corda
Luigui Bleand scrive nel suo diario di una corda tagliata, delle impronte che proseguono e di una frase serena: «Non ti devo la storia di come sono sopravvissuto».
ROMA, ITALIA — Il mare è agitato. Tutto è grigio: il cielo, le onde, la sabbia bagnata. Sulla riva c’è una corda spessa, tagliata in due. Uno dei capi è rimasto al limite dell’acqua, sfilacciato, e ogni onda lo ricopre e poi torna a lasciarlo. L’altro resta in una mano segnata dal tempo, che lo tiene ancora stretto, come chi non riesce a credere fino in fondo che dall’altra parte non ci sia più nessuno. E più in là, lungo la spiaggia, una fila di impronte avanza, passo dopo passo, fino a perdersi nella foschia.
Quella corda era un legame, e una corda così non si spezza da sola: qualcuno l’ha tagliata nel momento più difficile, proprio quando c’era più bisogno che reggesse. Così comincia la storia di molte persone: un giorno scopri che qualcuno su cui contavi ha deciso di lasciarti andare, e non quando tutto andava bene, ma mentre stavi affondando. Fa male in un modo particolare, perché non perdi soltanto qualcuno: perdi anche l’idea che avevi di quella persona, e per un po’ arrivi perfino a dubitare del tuo stesso buon senso. Ma le impronte dicono che, dopo il taglio, c’è stato un cammino.
Ricostruirsi non comincia con il coraggio; comincia con la paura. Paura di fidarsi, di essere lasciati andare un’altra volta, di non riuscire a rialzarsi. E molte volte comincia con qualcuno che invece è rimasto: chi ha chiamato prima che glielo chiedessi, chi si è seduto accanto a te senza fare domande. Nel 2009, sul Journal of Loss and Trauma, Gabriele Prati e Luca Pietrantoni hanno riunito 103 studi sulla crescita post-traumatica, i cambiamenti positivi che alcune persone descrivono dopo una crisi molto dura. Poter contare su un sostegno sociale, e anche cercarlo, è risultato moderatamente associato a quella crescita. Sono dati correlazionali, raccolti su persone che avevano vissuto traumi, e la crescita era autoriferita. Io lo leggo così: accettare l’aiuto di chi è rimasto non toglie merito al fatto che tu ne sia uscito; fa parte del modo in cui se ne esce.
Poi arriva la parte più lenta: tornare a fidarti di te, a credere di saper camminare senza quella corda. Nel 2016, su Perspectives on Psychological Science, Frank Infurna e Suniya Luthar hanno rianalizzato 28 anni di una grande indagine annuale condotta in Germania, seguendo la soddisfazione di vita da cinque anni prima a cinque anni dopo colpi come un divorzio. Con modelli che lasciavano a ciascuno la possibilità di cambiare al proprio ritmo, nel caso del divorzio la quota di persone che sembravano stabili non era più il 72% riportato in precedenza, ma il 36%, e il 64% ha probabilmente vissuto un forte calo seguito da una lenta ripresa negli anni successivi. Gli autori avvertono che queste cifre dipendono molto dal modello statistico. Se a te è servito del tempo, io non lo chiamerei debolezza: in quell’analisi del divorzio, la ripresa lenta è stata l’andamento più frequente.
E un giorno, quando sei già in piedi, alcune delle persone che si erano allontanate tornano. A volte con affetto sincero; a volte, per semplice curiosità. Vogliono sapere come hai fatto a uscirne, chi ti ha aiutato, come hai ricostruito la tua vita. Non serve pensare male di nessuno solo perché chiede. Ma conviene avere chiara una cosa: aver fatto parte del tuo passato non dà a nessuno il diritto di pretendere di avere accesso a ciò che sei adesso. Ti hanno visto cadere, ma non c’erano mentre imparavi a rialzarti. Quel tratto di strada l’hai percorso con altre persone, o in solitudine, e solo tu decidi a chi raccontarlo.
Al centro di tutto c’è un’idea semplice: la tua storia è tua. Una frase lo riassume, e si può dire a voce bassa: «Non ti devo la storia di come sono sopravvissuto». Nel 2020, su Current Opinion in Psychology, Sandra Petronio e Jeffrey Child hanno ripercorso la teoria della gestione della privacy nella comunicazione. Secondo questa teoria, le persone credono che le proprie informazioni private appartengano a loro e di avere il diritto di controllarle: decidono chi rendere «comproprietario autorizzato» e con quali regole proprie aprire o chiudere l’accesso. Gli autori riconoscono che rivelare qualcosa di privato può farti sentire vulnerabile, e che avere anche solo una sensazione di controllo può attenuare quel sentimento. È una teoria su ciò che le persone credono, non una prova che tacere dia risultati migliori. Questa, ormai, è una lettura mia, non della teoria: essere stati vicini un tempo non dà a nessuno un posto dentro la storia di come hai fatto a uscirne.
Non si tratta di tacere tutto né di raccontare tutto. Nel 1996, su Psychological Bulletin, Anita Kelly e Kevin McKillop hanno passato in rassegna ciò che si sapeva sul rivelare segreti personali. Gran parte di quanto era stato pubblicato suggeriva che raccontarli aiutasse, ma hanno avvertito che rivelare è una decisione complessa: può portare al rifiuto da parte di chi ascolta e, con esso, a un’immagine negativa di sé. Hanno concluso che ci sono molte circostanze in cui è meglio non rivelare, e che la risposta di chi ascolta, reale o percepita, ha un ruolo chiave nel far sì che raccontare aiuti. Nel 1999, su Current Directions in Psychological Science, Kelly l’ha formulato così: decidere bene dipende dal trovare una persona discreta, con cui senti di non rischiare critiche e che possa offrirti uno sguardo nuovo. Parlano di segreti, non di storie di ripresa; la mia lettura, non la loro, è che conta meno quanto racconti che a chi lo racconti.
E poi c’è la porta. Ho già scritto in questo diario sul perdono che Gesù chiese dalla croce; qui basta una riga: perdonare chi ha reciso la corda non ti obbliga a ridargli la chiave. Nel 2010, sul Journal of Personality and Social Psychology, Laura Luchies, Eli Finkel, James McNulty e Madoka Kumashiro hanno pubblicato quattro studi con sposi novelli e studenti universitari degli Stati Uniti. Mettendone insieme tre, hanno osservato che perdonare qualcuno che non aveva mosso quasi un dito per rimediare al male fatto si associava a meno rispetto di sé e a meno chiarezza sulla propria identità; perdonare chi invece si era davvero impegnato a rimediare rafforzava entrambe le cose. L’hanno chiamato «effetto zerbino». In uno degli studi, l’offesa immaginata toccava molto da vicino questo tema: che il tuo partner raccontasse a un amico in comune dettagli molto privati che avevi confidato soltanto a quella persona. Tutti i dati erano autoriferiti, raccolti in relazioni ancora in corso, e gli autori avvertono che i loro risultati potrebbero non valere per persone che sono state vicine in passato, come in questa storia. Che la porta si riapra per ciò che fa l’altro, e non per ciò che tu gli racconti, è una conclusione mia, non degli autori.
Porre quel limite non è vendetta, e non ha bisogno di una scenata. Puoi rallegrarti davvero nel vedere che quella persona sta bene e comunque non raccontarle nulla; puoi dire «grazie di avermelo chiesto» e cambiare argomento. Il silenzio, quando nasce dalla pace e non dal rancore, è anch’esso una risposta dignitosa. E se un giorno decidi di raccontarla, che sia perché lo vuoi tu: condividere la strada percorsa può essere un dono; pretenderlo, mai. La storia completa, con le sue lunghe notti e i suoi piccoli passi avanti, conservala per chi c’era, e nomina quelle persone, una per una, nelle tue preghiere. Con loro non servono spiegazioni, e forse proprio per questo sono le prime ad ascoltarla.
Torna a guardare la riva. La mano che stringe ancora il capo tagliato è il primo giorno, e non c’è bisogno di fingere che non sia esistito. Le impronte che si allontanano sono tutti i giorni venuti dopo: una vita che si è rialzata poco a poco, con la paura e con l’aiuto. Chi non ha fatto quei passi con te può vederli da lontano, ma non può pretendere da te la mappa. E se un giorno qualcuno che ti ha lasciato andare torna e ti chiede di spiegargli come hai fatto a uscirne, puoi rispondere con calma e a testa alta: «Avermi visto affondare non ti dà il diritto di pretendere che ti spieghi come ho imparato a uscirne».